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Corte Costituzionale, Sentenza 19 ottobre 2009 (dep. 29 ottobre 2009), n. 274
News inserita il: 11/11/2009

La Sentenza
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 443, comma 1,del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 2 della legge20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, inmateria di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), promossodalla Corte d’appello di Napoli nel procedimento penale a carico diG.M. con ordinanza dell’11 marzo 2008, iscritta al n. 326 del registroordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 44, prima serie speciale, dell’anno 2008.
Udito nella camera di consiglio del 23 settembre 2009 il Giudice relatore Giuseppe Frigo.
 
Ritenuto in fatto
Con ordinanza del 22 febbraio 2008, depositata il successivo 11marzo, la Corte d’appello di Napoli ha sollevato, in riferimento agliartt. 3, 24, secondo comma, e 111, secondo comma, della Costituzione,questione di legittimità costituzionale dell’art. 443, comma 1, delcodice di procedura penale, come modificato dall’art. 2 della legge 20febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, inmateria di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), «nellaparte in cui esclude che», nel giudizio abbreviato, «l’imputato possaproporre appello contro le sentenze di assoluzione pronunziate ai sensidell’art. 88 del codice penale (proscioglimento per vizio totale dimente)».
            La Corte rimettente riferisce di essereinvestita dell’appello proposto dai difensori dell’imputato contro lasentenza emessa il 28 giugno 2007 dal Giudice dell’udienza preliminaredel Tribunale di Napoli, a seguito di giudizio abbreviato. Dettasentenza aveva assolto l’imputato dal reato di tentato omicidio indanno della convivente, in quanto non imputabile per vizio totale dimente, applicando al medesimo, ai sensi dell’art. 222 cod. pen., lamisura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziarioper la durata minima di cinque anni.
            Con l’atto di appello, i difensori avevanochiesto che il fatto venisse qualificato come lesione personale, nonavendo la persona offesa corso pericolo di vita; che fosse riconosciutala desistenza, ai sensi dell’art. 56, terzo comma, cod. pen.; chevenisse infine applicata una misura di sicurezza meno afflittiva, cosìcome consentito dalla sentenza della Corte costituzionale n. 253 del2003.
            All’udienza camerale, di fronte alla richiestadel Procuratore generale della Repubblica di dichiarare inammissibilel’appello alla luce della nuova formulazione dell’art. 443, comma 1,cod. proc. pen., i difensori avevano eccepito l’illegittimitàcostituzionale di tale norma, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost.
            Quanto alla rilevanza della questione, il giudice a quoosserva che la disposizione censurata esclude, in via generale,l’appello dell’imputato contro le sentenze di proscioglimento: con laconseguenza che la decisione sull’ammissibilità del gravame viene adipendere dalla soluzione della questione stessa. La sentenza chedichiara il difetto di imputabilità ai sensi dell’art. 88 cod. pen.,pur presentando aspetti peculiari, è qualificata, difatti, dall’art.530 cod. proc. pen. come sentenza di assoluzione: dato letterale,questo, che non consentirebbe alcuna interpretazione del novellato art.443 cod. proc. pen. atta a superare la preclusione censurata.
            Né soccorrerebbe, nella specie, l’art. 680,comma 2, cod. proc. pen., che prevede la competenza del tribunale disorveglianza sulle impugnazioni contro le sentenze di condanna o diproscioglimento concernenti le disposizioni che riguardano le misure disicurezza. Per costante giurisprudenza di legittimità, infatti, dettadisposizione si applica – conformemente al tenore letterale di dettanorma e dell’art. 579, commi 1 e 2, cod. proc. pen. – solo quandol’impugnazione investa in via esclusiva il capo della sentenzaconcernente le misure di sicurezza: mentre, nel giudizio a quo, il gravame della difesa è volto a contestare anche la qualificazione giuridica del fatto.
            Riguardo, poi, alla non manifesta infondatezzadella questione, il rimettente osserva come la sentenza di assoluzioneemessa ai sensi dell’art. 88 cod. pen. abbia connotazioni particolari,che valgono a differenziarla dalla generalità delle altre pronunceassolutorie. Essa presuppone, difatti, che il giudice abbia accertatola sussistenza del «fatto-reato», la sua riferibilità all’imputato «intermini materiali e di colpevolezza» e l’assenza di cause digiustificazione: sicché, in presenza di tutti i presupposti per unacondanna, l’assoluzione viene pronunciata solo perché l’imputato eraaffetto da vizio totale di mente al momento del fatto. Al tempo stesso,poi, la sentenza in parola «comporta l’applicazione di una sanzioneparticolarmente invasiva e limitativa della libertà personale, quale ilricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario o in una casa di curae custodia per una durata massima non fissata dalla legge, ma soggettaal riesame ai sensi dell’art. 208 cod. pen.».
            Risulterebbe, pertanto, di tutta evidenza comel’imputato sia portatore di un rilevante interesse a vedere rivalutate,anche nel merito, la sussistenza dei presupposti della pronuncia, laricorrenza degli estremi per l’applicazione della misura di sicurezza el’adeguatezza della misura applicata rispetto alle accertate condizionidi salute.
            La preclusione dell’appello, introdottadall’art. 2 della legge n. 46 del 2006, si risolverebbe, diconseguenza, in una menomazione del diritto di difesa, tutelatodall’art. 24, secondo comma, Cost. La soppressione del potere diappello non potrebbe ritenersi compensata, infatti, dall’ampliamentodei motivi di ricorso per cassazione, operato dalla stessa legge n. 46del 2006: giacché – come rilevato dalla Corte costituzionale nellesentenze n. 26 e n. 320 del 2007 – quale che sia l’effettiva portatadei nuovi e più ampi casi di ricorso, il rimedio non attinge comunquealla pienezza del riesame di merito consentito dall’appello.
            Né, d’altro canto, la preclusione censuratapotrebbe trovare giustificazione nella scelta del giudizio abbreviato,operata dallo stesso imputato. Come riconosciuto dalla Cortecostituzionale nella sentenza n. 363 del 1991, difatti, il potere diimpugnazione dell’imputato, in quanto esplicazione di valorifondamentali, quali il diritto di difesa e l’interesse a far valere lapropria innocenza, non potrebbe essere sacrificato in vista dellefinalità di speditezza ed economia processuale, proprie del suddettorito semplificato.
            La disposizione violerebbe, altresì, in parte qua,l’art. 111, secondo comma, Cost. A seguito delle declaratorie diincostituzionalità degli artt. 1 e 2 della legge n. 46 del 2006, di cuialle citate sentenze n. 26 e n. 320 del 2007, il pubblico ministero puòattualmente appellare le sentenze di proscioglimento pronunciate tantonel giudizio ordinario che a seguito di giudizio abbreviato: donde unaasimmetria di poteri inconciliabile con il principio costituzionale diparità delle parti processuali.
            Risulterebbe leso, da ultimo, anche l’art. 3Cost., sotto il profilo della ragionevolezza. In contrasto con talecanone, difatti, il vigente testo dell’art. 443 cod. proc. pen.impedisce all’imputato di appellare le sentenze di assoluzione pervizio totale di mente, che determinano l’applicazione di una misura disicurezza limitativa della libertà personale e di durata non prefissatanel massimo; mentre gli consente di proporre appello contro le sentenzedi condanna alla sola pena della multa, obiettivamente meno afflittiva.
Considerato in diritto
            1. – La Corte d’appello di Napoli dubita dellalegittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 3, 24, secondocomma, e 111, secondo comma, della Costituzione, dell’art. 443, comma1, del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 2 dellalegge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale,in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nellaparte in cui non consente all’imputato di proporre appello contro lesentenze di assoluzione per difetto di imputabilità derivante da viziototale di mente, emesse a seguito di giudizio abbreviato.
            Ad avviso della Corte rimettente, la normacensurata violerebbe il diritto di difesa (art. 24, secondo comma,Cost.), privando l’imputato della possibilità di far valere doglianzedi merito contro una sentenza che – come quella considerata – per unverso, presuppone l’accertamento del «fatto-reato» e della suariferibilità all’imputato; e, per altro verso, comporta l’applicazionedi misure di sicurezza particolarmente afflittive, di durata massimanon prefissata. La preclusione denunciata non potrebbe esseregiustificata dalla scelta del giudizio abbreviato, operata dallo stessoimputato, giacché il diritto di difesa di quest’ultimo – di cui ilpotere di appello è espressione – non sarebbe suscettibile di venirsacrificato, per il suo valore preminente, in vista delle finalitàdeflattive proprie del rito semplificato.
            Risulterebbe leso, inoltre, il principio diparità delle parti del processo (art. 111, secondo comma, Cost.),stante l’asimmetria dei poteri dell’imputato rispetto a quelli delpubblico ministero, il quale, a seguito delle declaratorie diincostituzionalità di cui alle sentenze n. 26 e n. 320 del 2007, èattualmente abilitato ad appellare contro le sentenze diproscioglimento emesse tanto nel giudizio ordinario che all’esito delgiudizio abbreviato.
            Sarebbe violato, infine, il principio diragionevolezza (art. 3 Cost.), posto che l’art. 443 cod. proc. pen.,nel testo attualmente in vigore, consente all’imputato di proporreappello contro le sentenze di condanna anche alla sola multa: penaobiettivamente meno afflittiva rispetto alla misura di sicurezzaapplicabile con la sentenza di assoluzione per vizio totale di mente.
            2. – In via preliminare, va rilevato come ipresupposti interpretativi su cui la Corte rimettente basa tanto ilgiudizio di rilevanza della questione che le censure dicostituzionalità appaiano senz’altro condivisibili.
            Il vigente testo dell’art. 443, comma 1, cod.proc. pen. è la risultante della modifica operata dall’art. 2 dellalegge n. 46 del 2006 (che ha soppresso l’inciso limitativo finale, giàpresente nella norma censurata, «quando l’appello tende ad ottenere unadiversa formula») e della successiva sentenza n. 320 del 2007 di questaCorte (che ha rimosso la limitazione ivi prevista al potere diimpugnazione nei confronti del pubblico ministero). Esso stabilisce laradicale inappellabilità, da parte dell’imputato, delle sentenze diproscioglimento emesse in esito al giudizio abbreviato: genuscheabbraccia, alla luce della sistematica del codice di rito (si vedal’art. 530 cod. proc. pen., incluso nella sezione dedicata, appunto,alla «sentenza di proscioglimento»), anche le sentenze di assoluzioneper difetto di imputabilità dovuto a vizio totale di mente (art. 88cod. pen.).
            Pienamente plausibile appare, altresì,l’ulteriore assunto della Corte rimettente, secondo cui non soccorre –almeno nel caso di specie – l’art. 680, comma 2, cod. proc. pen., ovesi prevede la competenza del tribunale di sorveglianza sulleimpugnazioni contro le sentenze di condanna o di proscioglimentoconcernenti le disposizioni che riguardano le misure di sicurezza.Ammessa pure l’estensibilità al giudizio abbreviato della clausola disalvezza degli artt. 579 e 680 cod. proc. pen., presente nell’art. 593,comma 1, cod. proc. pen. con riferimento all’appello nel giudizioordinario, è dirimente il rilievo che – secondo il corrente indirizzodella giurisprudenza di legittimità (che riflette, peraltro, la chiaralettera dei citati artt. 579 e 680) – la competenza del tribunale disorveglianza (e, dunque, anche la residua appellabilità avanti ad essodelle sentenze che qui interessano) resterebbe comunque circoscrittaalle impugnazioni che attengono, in via esclusiva, al capo relativoalle misure di sicurezza. Nella specie, per contro, l’appello propostodalla difesa dell’imputato ha un contenuto più ampio, investendo anchela qualificazione giuridica del fatto e il mancato riconoscimento delladesistenza, ai sensi dell’art. 56, terzo comma, cod. pen.
            3. – Nel merito la questione è fondata, in riferimento agli artt. 3 e 24, secondo comma, Cost.
3.1. – Il tema oggetto di scrutinio va affrontato alla luce deiprincipi ispiratori del rito alternativo in cui la limitazionecensurata si innesta: principi che impediscono una automaticaestensione all’ipotesi considerata degli argomenti in base ai qualiquesta Corte, con sentenza n. 85 del 2008, ha dichiaratocostituzionalmente illegittimo l’art. 593, comma 1, cod. proc. pen.,come sostituito dall’art. 1 della legge n. 46 del 2006, nella parte incui esclude che l’imputato possa appellare le sentenze diproscioglimento emesse a seguito di giudizio ordinario (fatta eccezioneper talune limitate ipotesi).
            Il giudizio abbreviato si fonda, difatti, come ènoto, sulla «libera e consapevole accettazione», da parte dell’imputato– quale contropartita per un trattamento premiale sul pianosanzionatorio (riduzione di un terzo della pena eventualmente inflitta)– di «limitazioni di diritti e facoltà […], altrimenti riconosciuti nelrito ordinario» (sentenza n. 288 del 1997). Tra i “sacrifici” richiestiall’imputato figura – a fianco del consenso ad essere giudicato sullabase degli atti raccolti nelle indagini preliminari, con conseguenterinuncia al contraddittorio nella formazione della prova in sededibattimentale – anche l’accettazione preventiva di limitazioni allafacoltà di appello. Ciò è nella logica di un rito alternativo che, perun verso, persegue obiettivi di semplificazione e accelerazione deiprocessi; e, per altro verso, si fonda – ormai in via esclusiva – sullavolontà dello stesso imputato.
            Tuttavia, le limitazioni all’appellodell’imputato, per poter essere considerate costituzionalmentecompatibili, debbono risultare comunque basate su criteri razionali,nel confronto con i casi di perdurante appellabilità, e debbonotrovare, altresì, «un fondamento ragionevolmente commisurato … alrilievo costituzionale dell’interesse inciso» (sentenza n. 363 del1991). Come più volte rilevato da questa Corte, difatti, pur in assenzadi un riconoscimento costituzionale della garanzia del doppio grado digiurisdizione di merito, il potere di appello dell’imputato si presentacorrelato al fondamentale valore espresso dal diritto di difesa (art.24, secondo comma, Cost.), che gli conferisce una più accentuata «forzadi resistenza» di fronte a «sollecitazioni di segno inverso», legatealla realizzazione di obiettivi di speditezza processuale (sentenza n.26 del 2007; si vedano, altresì, le sentenze n. 298 del 2008 e n. 98del 1994).
            In questa prospettiva, la Corte dichiaròcostituzionalmente illegittima, per contrasto con l’art. 3 Cost.,l’originaria preclusione dell’appello dell’imputato contro le sentenzedi condanna a pena che comunque non dovesse essere eseguita, sancitadall’art. 443, comma 2, cod. proc. pen. (sentenza n. 363 del 1991). Ilcriterio che discriminava, quanto alla facoltà di appello, i soggetticondannati a seguito di giudizio abbreviato – ossia la concretaeseguibilità o meno della pena inflitta – faceva perno, difatti, su «unelemento estrinseco alla natura del reato commesso e ai caratteri dellapena irrogata»: trascurando così – irrazionalmente – «ogni riferimentoagli aspetti che più sono destinati a caratterizzare la responsabilitàdell’imputato e le conseguenze dell’azione criminosa, quali il titolodel reato, il tipo di sanzione, la misura della pena edittale».
            La Corte ritenne, per contro, che i trerequisiti ora indicati risultassero «pienamente rispettati» dallapreclusione relativa alle sentenze con le quali fossero applicatesanzioni sostitutive, originariamente contemplata dall’art. 443, comma1, lettera b), cod. proc. pen. La minore gravità dei titoli direato per i quali operano le sanzioni sostitutive, la minoreafflittività di esse e i livelli necessariamente più bassi delle peneedittali di riferimento escludevano, difatti, «vizi diirragionevolezza», consentendo di concludere che la previsionerientrava «negli spazi di discrezionalità legittimamente utilizzabilidal legislatore per realizzare l’obiettivo della rapida definizione delgiudizio abbreviato» (sentenza n. 288 del 1997).
            3.2. – Circa il caso che qui interessa, questaCorte ha già avuto modo di rilevare, nella citata sentenza n. 85 del2008, come «la categoria delle sentenze di proscioglimento» – che lanorma censurata assoggetta ad un regime unitario, quanto allasottrazione all’appello dell’imputato – non costituisca un genusunitario, ma abbracci «ipotesi marcatamente eterogenee, quantoall’attitudine lesiva degli interessi morali e giuridici delprosciolto».
            Per questo verso, del tutto particolare sipresenta, in effetti, la sentenza di assoluzione per vizio totale dimente. Lungi dall’assumere una valenza pienamente liberatoria, dettapronuncia postula l’accertamento della sussistenza del fatto di reato,della sua riferibilità all’imputato – in termini tanto materiali chepsicologici – e dell’assenza di cause di giustificazione: nondistinguendosi, dunque, sotto tale profilo, da una sentenza di condanna.
            Non soltanto per questa ragione, ma anche esoprattutto per il motivo che impone di adottare la formula assolutoria– ossia l’incapacità di intendere e di volere al momento del fatto,dovuta a totale infermità mentale – la sentenza in questione è idonea acausare all’imputato un pregiudizio di ordine morale particolarmenteintenso, persino superiore a quello che può derivare da una sentenza dicondanna (sentenza n. 85 del 2008).
            Dalla pronuncia in questione possono conseguire,altresì, rilevantissimi pregiudizi di ordine giuridico, segnatamenteallorché, a seguito dell’accertata pericolosità sociale dell’imputato,venga applicata – o possa essere applicata con provvedimento successivo(art. 205, secondo comma, cod. pen.) – una misura di sicurezza,consistente, in specie, nel ricovero in un ospedale psichiatricogiudiziario (art. 222 cod. pen.) ovvero – per effetto della sentenza n.253 del 2003 di questa Corte – nella diversa misura, prevista dallalegge, che il giudice individui come idonea ad assicurare adeguate cureall’infermo di mente e a far fronte alla sua pericolosità sociale.S’intende come queste misure, limitative della libertà personale e didurata non predeterminata nel massimo, in quanto soggette al meccanismodel riesame della pericolosità, possano risultare, in concreto, di granlunga più afflittive della pena irrogata con una sentenza di condanna.
Non è superfluo aggiungere, peraltro, che nei casi in cui non siaapplicabile al prosciolto per vizio totale di mente una misura disicurezza, in ragione della natura del reato o dei livelli della penaedittale, l’art. 222, primo comma, cod. pen. prevede comunqueche «la sentenza di proscioglimento» sia «comunicata all’autorità dipubblica sicurezza», in vista della sottoposizione del soggetto adopportuni controlli.
            3.3. – Sul versante opposto – quello, cioè, deicasi in cui l’impugnazione è ammessa – si deve di contro registrarecome, per effetto di novelle legislative successive al ricordatointervento di questa Corte (sentenza n. 363 del 1991), l’art. 443 cod.proc. pen. non contempli più alcun limite all’appello dell’imputatocontro le sentenze di condanna: onde può formare oggetto di un suogravame nel merito anche la sentenza di condanna alla sola pena dellamulta o che applichi una sanzione sostitutiva.
            Emerge da ciò una evidente violazione degliartt. 3 e 24, secondo comma, Cost. Appare, in effetti, irrazionale elesivo del diritto di difesa che l’imputato possa dolersi nel meritodella condanna per un reato bagatellare alla sola pena della multa(anche condizionalmente sospesa), e non sia abilitato, invece, adappellare l’assoluzione per vizio totale di mente, anche se relativa adun reato di particolare gravità (nel caso di specie, tentato omicidio)ed a cui si riconnetta l’applicazione di una misura di sicurezzalimitativa della libertà personale (nella specie, ricovero in unospedale psichiatrico giudiziario per un periodo minimo di cinque anni).
            Con particolare riguardo all’ipotesi cheinteressa, il criterio sulla cui base risultano attualmentediscriminati i casi in cui l’appello dell’imputato è consentito equelli in cui è inibito – vale a dire la circostanza che si tratti disentenza di condanna o di proscioglimento – non tiene conto, ineffetti, mutatis mutandis, dei requisiti giustificatividel sacrificio dell’appello nel giudizio abbreviato enucleati dallecitate sentenze n. 288 del 1997 e n. 363 del 1991.
            L’assoluzione per totale infermità di mente –assimilabile, come detto, ad una condanna, quanto alla attribuzione delfatto all’imputato – può avere, infatti, ad oggetto qualunque tipo direato, ivi compresi quelli di maggiore allarme sociale; può comportarel’applicazione di misure che, anche se non punitive, risultanomarcatamente afflittive (oltre che, in ogni caso, un pregiudizio diordine morale di particolare intensità); prescinde, infine, dall’entitàdella pena edittale prevista per il reato oggetto di giudizio.L’interesse dell’imputato a contestare, anche nei profili di merito, ipresupposti della pronuncia emessa nei suoi confronti subisce, dunque,una limitazione intrinsecamente irrazionale, in rapporto all’assettocomplessivo delle preclusioni dell’appello nel giudizio abbreviato, epriva di adeguata giustificazione nelle caratteristiche e nellefinalità proprie di tale rito.
            3.4. – La residua censura della Corte rimettente, riferita all’art. 111, secondo comma, Cost., resta assorbita.
            4. – L’art. 443, comma 1, cod. proc. pen., comemodificato dall’art. 2 della legge n. 46 del 2006, va dichiarato,pertanto, costituzionalmente illegittimo nella parte in cui esclude chel’imputato possa proporre appello contro le sentenze di assoluzione perdifetto di imputabilità, derivante da vizio totale di mente (art. 88cod. pen.).
per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
            dichiara l’illegittimità costituzionaleart. 443, comma 1, del codice di procedura penale, come modificatodall’art. 2 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice diprocedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze diproscioglimento), nella parte in cui esclude che l’imputato possaproporre appello contro le sentenze di assoluzione per difetto diimputabilità, derivante da vizio totale di mente.
            Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 19 ottobre 2009.
F.to:
Francesco AMIRANTE, Presidente
Giuseppe FRIGO, Redattore
Giuseppe DI PAOLA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria il 29 ottobre 2009.