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Sezioni Unite Corte di Cassazione - Sentenza n. 35490 udienza del 28 maggio 2009 - depositata il 15 settembre 2009
News inserita il: 11/11/2009

Sentenza n. 35490 udienza del 28 maggio 2009  - depositata il 15 settembre 2009

(Sezioni Unite Penali, Presidente T. Gemelli, Relatore V. Romis)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
 
1. Con sentenza, pronunciata all’esito di giudizio abbreviato, in data11 luglio 2001, il Tribunale di Teramo, in composizione monocratica,assolveva A.T., ai sensi dell’art. 530, comma 2, c.p.p., perché ilfatto non costituisce reato, da uno dei fatti di appropriazioneindebita (“limitatamente alla somma di lire 50 milioni”) contestatigli;dichiarava, al contempo, l’imputato colpevole per la residuaimputazione – concernente altro episodio di appropriazione indebita - elo condannava alla pena di mesi tre di reclusione e di lire 600.000 dimulta, oltre al pagamento delle spese processuali.

Il Tribunale condannava, inoltre, l’imputato a risarcire il danno allecostituite parti civili, da liquidarsi in sede civile, ai sensidell’articolo 539 c.p.p., ed a pagare alla parte civile Patrizia P.T.,a titolo di provvisionale, immediatamente esecutiva, la somma di lire 8milioni.

Disponeva, infine, che l'esecuzione della pena inflitta fosse sospesaai sensi degli articoli 163 ss. c.p. e che, ai sensi dell'articolo 175c.p., non fosse fatta menzione della condanna nel certificato delcasellario a richiesta di privati.

Detta sentenza veniva appellata dalle parti civili e dall’imputato, mentre il pubblico ministero proponeva appello incidentale.

Con sentenza del 20 ottobre 2004 la Corte d’Appello dell’Aquila, inparziale riforma della decisione di primo grado, dichiarava non doversiprocedere nei confronti del A.T. in ordine ai reati allo stessoascritti perché estinti per prescrizione; confermava le statuizionicivili e condannava l’imputato a rifondere alla parte civile le speseprocessuali del grado. I giudici dell’appello ritenevano che il reato<< nella sua interezza >> dovesse ritenersi prescritto, nonpotendosi applicare l’art. 129 c.p.p. in quanto sussistevano <<chiare ed evidenti prove, illustrate nella completa sentenza di primogrado e non contraddette dai motivi di appello >>.

La Corte territoriale precisava altresì che, quanto all’addebito inrelazione al quale era stata pronunciata sentenza di proscioglimento,gli elementi posti a base di detta statuizione, ancorché dubitativi,non rendevano processualmente possibile << anche in questo caso,il ricorso all’art. 129 c.p.p.. >> (pag. 3 della sentenza).

Avverso detta sentenza ha interposto ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, articolando quattro motivi.

Primo motivo: erronea applicazione dell’art. 129 c.p.p. e carenza dimotivazione in ordine alle ragioni giustificatrici della menofavorevole pronuncia dichiarativa dell’estinzione del reato perprescrizione.

Trattasi di censura che, per come enunciata ed argomentata, siriferisce specificamente alla declaratoria di prescrizione con la qualeè stata riformata la sentenza assolutoria emessa dal primo giudice aisensi dell’art. 530, secondo comma, c.p.p. in relazione ad uno degliepisodi di appropriazione indebita contestati al A.T..

Dopo aver trascritto i rilievi, devoluti al giudice di appello con unamemoria con la quale era stata segnalata l’inammissibilità ol’infondatezza dell’appello della parte civile e di quello proposto, invia incidentale, dal pubblico ministero, il ricorrente deduce che laCorte d’Appello avrebbe omesso qualsiasi valutazione su taliimpugnazioni, limitandosi ad affermare che gli elementi posti a basedella pronuncia di primo grado, ancorché dubitativi, non rendevanoprocessualmente possibile il ricorso all’art. 129 c.p.p. per laconferma dell’assoluzione ex art. 530, secondo comma, c.p.p., decisadal primo giudice.

Richiamate la sentenza n. 13170 del 2002 della Corte di cassazione e leordinanze n. 300 e n. 362 del 1991 della Corte costituzionale, ilricorrente, per un verso, evidenzia il vizio del ragionamento seguitodal giudice di appello, in quanto frutto di un’antistorica attribuzionedi rilevanza penale al dubbio e in palese contrasto con i princìpiregolatori dell’attuale sistema processuale, e, per altro verso,sottolinea che, nel caso di specie, la conferma della sentenza nellaparte relativa all’assoluzione non poteva incontrare ostacolo nelrequisito dell’evidenza dei presupposti per il proscioglimento nelmerito risultanti dagli atti (art. 129, comma 2, c.p.p.): anche ammessoche la declaratoria ex art. 129 c.p.p. possa atteggiarsi qualedecisione rebus sic stantibus, la nozione di evidenza dovrebbe peròconsiderarsi non fissa, ma variabile e dipendente dal quantum diconoscenza di cui il Giudice dispone, sicché mentre in una faseanteriore al dibattimento non vi sarebbe spazio operativo per l’art.530 cpv. c.p.p. ai fini necessari per la valutazione dell’evidenza, lostesso non potrebbe dirsi allorché la causa estintiva intervenga dopoche il dibattimento sia giunto al suo epilogo, giacché in tale caso ilgiudice potrà attingere alla regola di cui alla norma citata. La Corted’Appello, nella concreta fattispecie, avrebbe omesso del tutto di darrilievo ai rapporti tra l’art. 129 c.p.p. e la regola ex art. 530 cpv.c.p.p., dando luogo ad una decisione monca, priva di motivazione inordine alla reformatio in peius e manifestamente illogica;sussisterebbero quindi i presupposti per il sindacato di legittimità,conformemente ad un principio in tal senso già affermato (vienericordata Sez. IV, 27 aprile 2000 n. 9944).

Secondo motivo: violazione degli artt. 438, comma 5, e 190 c.p.p., in relazione all’art. 192 c.p.p..

Facendo richiamo alla sentenza n. 11037 del 2001 della Prima Sezionedella Suprema Corte ed alla sentenza n. 115 del 2001 della CorteCostituzionale, il ricorrente sottolinea che da quest’ultimaemergerebbe che in nessun caso lo sbocco del giudizio abbreviato, pereffetto del condizionamento richiesto dall’imputato, potrebbeconsistere in una surrettizia integrazione probatoria delle indaginipreliminari condotte in termini di non sufficiente esaustività dalpubblico ministero, e ciò anche in considerazione del principio dieconomia processuale che regolamenta l’istituto in questione. Nel casodi specie, sia la regola di economia processuale, sia quella diinammissibilità delle prove superflue, sia il criterio fissato dallasentenza n. 115 del 2001 del giudice delle leggi, sarebbero stativiolati dall’ordinanza del giudice di primo grado che autorizzava laprova contraria a favore del P.M.. Inoltre, la sentenza del Tribunaledi Teramo e quella della Corte d’Appello dell’Aquila avrebberoobliterato il canone dettato dagli artt. 192 e 194 c.p.p., secondo cuisussiste per il giudicante l’obbligo di valutare con estremo rigore ilcontenuto della testimonianza della persona offesa (Sez. I, 8 marzo2000 n. 7207, Di Tella; Sez. II, 11 giugno 1998 n. 3438, Di Salvo); inparticolare, in nessun conto sarebbero state tenute le evidenticontraddizioni tra i querelanti, contraddizioni evidenziate nel ricorsoin cui si sottolinea come non sia dato sapere <>.

Terzo motivo: violazione dell’art. 646 c.p..

Si sostiene, in particolare, che l’usurpazione di un potere dispositivospettante al dominus può significare abuso del possesso, ma non ancoranecessariamente appropriazione; richiamate alcune decisioni dellaSuprema Corte, il ricorrente sottolinea che appropriarsi significaassoggettare la cosa altrui a una nuova signoria espropriandone con ciòstesso il dominus.

Nel caso di specie, mancherebbe negli atti di causa qualsiasi elementoin grado di dimostrare << l’intento convertitorio da parte delpossessore e, soprattutto, di mistificazione della destinazione deldanaro prescritta dal dominus…..>>.

Quarto motivo: violazione degli artt. 61 n. 11 e 646 c.p..

Si afferma nel ricorso che le trattative intraprese dall’imputato sisarebbero svolte all’insaputa della parte offesa; ad avviso delricorrente non si sarebbe mai prodotto l’abuso di relazioni, sicché laquerela avrebbe dovuto essere considerata tardivamente proposta, conconseguente improcedibilità del reato e prevalenza della relativaformula di proscioglimento, ex art. 129 c.p.p., rispetto a quellaprescelta dalla Corte territoriale.

ll procedimento è stato assegnato alla Seconda Sezione penale di questaSuprema Corte, la quale, con ordinanza n. 13717 del 17 marzo 2009, dep.il 27 marzo 2009, ne ha disposto la rimessione alle Sezioni Unite, aisensi dell’art. 618 c.p.p..

Detto provvedimento, dopo aver ripercorso la motivazione della sentenzadella Corte d’Appello oggetto di impugnazione e le censure dedotte,mette in luce, con riferimento al primo motivo di ricorso, l’esistenzadi un contrasto nella giurisprudenza di legittimità, in ordine allaprevalenza o meno del “proscioglimento nel merito rispetto alladichiarazione immediata di una causa di non punibilità nel caso dicontraddittorietà o insufficienza della prova”.

Secondo un primo orientamento, la formula di proscioglimento nel meritonon prevale sulla dichiarazione immediata della causa di non punibilitànel caso di contraddittorietà o insufficienza della prova, a normadell’art. 530, comma 2, c.p.p..

Altro orientamento ritiene che in una situazione di incertezzaprobatoria debba prevalere la formula di merito ex art. 530, comma 2,c.p.p., rispetto alla declaratoria della causa di estinzione.

Un ulteriore indirizzo interpretativo ritiene occorra distinguere aseconda che la causa di estinzione del reato sia intervenuta nelle fasianteriori al dibattimento ovvero all’esito dell’istruttoriadibattimentale.

Con decreto del 1° aprile 2009, il Presidente Aggiunto di questa Corteha assegnato il ricorso in esame alla Sezioni Unite penali, fissandonela trattazione all’odierna udienza pubblica.

Con memoria in data 8 maggio 2009 il difensore delle parti civili M.F.,P.T. e S.G.F. S.r.l., ha depositato una memoria con una serie diargomentazioni in ordine ai quattro motivi articolati dal ricorrente.
Per quanto concerne il primo motivo, viene richiamata la nozione di“evidenza” di cui all’art. 129, comma 2, c.p.p., che contrasta con ilcontenuto dell’art. 530, cpv., c.p.p..
Allorché il giudice rilevi il maturarsi dei termini di prescrizionedeve soprassedere rispetto al giudizio di merito ed è obbligato adichiarare l’estinzione del reato; la previsione di cui all’art. 129,comma 2, c.p.p., deroga agli effetti potenzialmente pregiudizievoliderivanti dalla declaratoria di improcedibilità quando dagli attirisulti evidente l’innocenza dell’imputato.

La nozione di “evidenza” imporrebbe per sua natura la radicale mancanzadi “prove a carico” o la sussistenza di una o più “prove a discarico”,tali da possedere un grado di certezza che permetta al giudicante diaddivenire ad una pronuncia assolutoria senza un’approfondita analisidelle

risultanze istruttorie, ossia una disamina compiuta tra gli eventualicontrastanti elementi di prova. L’art. 129, comma 2, c.p.p. nonpotrebbe trovare applicazione in presenza di una mera contraddittorietàovvero di un’insufficienza probatoria: in entrambe le ipotesi sidevolverebbe al giudice un apprezzamento ponderato tra opposterisultanze e ciò in netto contrasto con il contenuto della norma cherichiede esclusivamente la rilevabilità de plano degli elementi adiscarico dell’imputato. Richiamate alcune pronunce della Corte dicassazione, la memoria esclude che l’orientamento sostenuto comportidisparità di trattamento, alla luce del diritto dell’imputato arinunciare alla prescrizione.

Quanto alla reformatio in peius evocata dal ricorrente, con la memoriain esame si evidenzia che la Corte d’Appello dell’Aquila, tenuto contodelle impugnazioni dell’imputato, del pubblico ministero e delle particivili, era stata investita della più ampia cognizione del procedimentoed era competente, pertanto, a pronunciarsi sul capo (che avevacostituito) oggetto di assoluzione da parte del primo giudice, senzaincorrere nel divieto di reformatio in peius: l’imputato, venuto aconoscenza dell’appello del P.M., avrebbe potuto rinunciare allaprescrizione.

Per quanto attiene al secondo motivo di ricorso, sarebbe legittima larichiesta del P.M., come prova contraria rispetto all’integrazioneprobatoria richiesta dall’imputato, di audizione delle persone offese,con conseguente correttezza dell’ordinanza di ammissione adottata dalTribunale di Teramo.

In ordine al terzo motivo, i fatti dettagliatamente riportati nellasentenza del Tribunale (e confermati dal giudice di secondo grado)smentiscono integralmente gli assunti enunciati dal ricorrente, ed anzidimostrano compiutamente le gravi responsabilità penali riferibiliall’imputato sotto il profilo oggettivo e sotto quello soggettivo.

Il quarto motivo di ricorso, conclude la memoria, sarebbe destituito difondamento giuridico alla luce della costante giurisprudenza dilegittimità: al riguardo viene richiamata Cass. Sez. II, 12 ottobre2000, n. 11078.

All’odierna udienza, il Procuratore Generale ha depositato notescritte, con articolate argomentazioni a sostegno delle conclusioniriportate in epigrafe.

MOTIVI DELLA DECISIONE

2. Il primo motivo di ricorso – formulato con specifico riferimentoalla declaratoria di prescrizione pronunciata in secondo grado, con laquale è stata riformata la sentenza assolutoria emessa dal primogiudice ai sensi dell’art. 530, secondo comma, c.p.p. in relazione aduno degli episodi delittuosi contestati al A.T. - investe la questionedei rapporti tra la declaratoria immediata di determinate cause di nonpunibilità ai sensi dell’art. 129 c.p.p. (nella concreta fattispecie,la prescrizione) e la pronuncia assolutoria per insufficienza ocontraddittorietà della prova ex art. 530, comma 2, c.p.p..

La questione può così essere sintetizzata: “se il proscioglimento nelmerito prevalga rispetto alla dichiarazione immediata di una causa dinon punibilità nel caso di contraddittorietà o insufficienza dellaprova”.

2.1 Sul punto, come detto, si registra un contrasto nella giurisprudenza di legittimità.

Secondo un primo indirizzo interpretativo, la formula diproscioglimento nel merito non prevale sulla dichiarazione immediatadella causa di non punibilità nel caso di contraddittorietà oinsufficienza della prova, a norma dell’art. 530, comma 2, c.p.p..

Nell’ambito di questo orientamento si pongono: Sez. III, 26 febbraio1993 n. 3440, Gablai, rv. 194120; Sez. I, 22 marzo 1993, n. 5895,Ballerini, rv. 195107; Sez. 5^, 2 dicembre 1997 n. 1460, Fraticello;Sez. 1^, 30 giugno 1993 n. 8859, Mussone; Sez. III, 23 aprile 2002 n.20807, P.m. in proc. Artico, rv. 221618; Sez. VI, 5 marzo 2004 n.26027, Pulcini, rv. 229968; Sez. II, 18 maggio 2007 n. 26008, P.G. inproc. Roscini, rv. 237263; Sez. V, 16 luglio 2008 n. 39220, P.G. inproc. Ferrarese; Sez. II, 19 febbraio 2008 n. 9174, Paladini, rv.239552.

Muovendo dalla considerazione che per l'applicazione dell’art. 129,secondo comma, c.p.p., è richiesta l'evidenza della provadell'innocenza dell'imputato, i sostenitori di detto indirizzoritengono che la formula di proscioglimento nel merito debba prevaleresulla causa di estinzione del reato – con obbligo per il giudice dipronunziare la relativa sentenza – solo allorquando i relativipresupposti (l'inesistenza del fatto, l'irrilevanza penale dellostesso, il non averlo l'imputato commesso) risultino dagli atti in modoincontrovertibile tanto da non richiedere alcuna ulterioredimostrazione avuto riguardo alla chiarezza della situazioneprocessuale: in presenza di una causa estintiva del reato non è quindiapplicabile la regola probatoria, prevista dall'art. 530, comma 2,c.p.p., da adottare quando il giudizio sfoci nel suo esito ordinario,ma è necessario che emerga "positivamente" dagli atti, senza necessitàdi ulteriori approfondimenti, la prova dell'innocenza dell'imputato. Èstato affermato che, in questi casi, il giudice procede, più che ad un“apprezzamento", ad una "constatazione", con la conseguenza che non gliè consentito di applicare l'art. 129 c.p.p. in casi di incertezzaprobatoria o di contraddittorietà degli elementi di prova acquisiti alprocesso, anche se, in tali casi, il compendio probatorio concaratteristiche di ambivalenza potrebbe condurre all’assoluzione.

Secondo un altro orientamento, in una situazione di incertezzaprobatoria prevale la formula di merito ex art. 530, comma 2, c.p.p.,rispetto alla declaratoria della causa di estinzione.

A detto filone giurisprudenziale vanno ricondotte: Sez. II, 21 giugno1990 n. 5455/91, Lagodana, rv. 187510; Sez. IV, 8 marzo 1993 n. 3742,Fink, rv. 193878; Sez. V, 20 febbraio 2002 n. 13170, Scibelli, rv.221257; Sez. II, 5 marzo 2004 n. 18891, Sabatini, rv. 228635; Sez. I,16 settembre 2004, n. 40386, Fagan, rv. 230621; Sez. V, 18 gennaio2005, Martelli, rv. 231567; Sez. V, 10 giugno 2008 n. 25658, Ganci, rv.240450.

Tale indirizzo interpretativo si ispira fondamentalmente al principioche imponeva, nella vigenza del codice abrogato, l’equiparazionedell’ipotesi della sussistenza di prove dell’evidenza della noncommissione del fatto all’ipotesi della mancanza assoluta della provache l’imputato lo avesse commesso. Raffrontando il sistema vigente aquello precedente, è stato osservato che mentre l’art. 129 comma 2,c.p.p. vigente riproduce sostanzialmente l’art. 152 comma 2 c.p.p.1930, l’art. 530 c.p.p. del 1988 equipara al secondo comma (cosìrecependo le indicazioni di cui alla sentenza della CorteCostituzionale n. 5 del 1975) la prova positiva dell’innocenza allamancanza di prova della colpevolezza e a tali ipotesi anche quelledell’insufficienza e della contraddittorietà della prova: non visarebbe pertanto alcun argomento sistematico per estrapolare dalsecondo comma del citato art. 530 quest'ultima ipotesi, sottraendola alprincipio di equiparazione logico-sistematica.

Vi è poi un ulteriore orientamento che distingue a seconda che la causadi estinzione del reato sia intervenuta nelle fasi anteriori aldibattimento ovvero all’esito dell’istruttoria dibattimentale: nelprimo caso si ritiene che la pronuncia di merito possa essere adottatasolo in presenza della “evidenza” dell’innocenza dell’imputatorichiesta dall’art. 129, comma 2, c.p.p. - non essendo stato acquisitoancora alcun significativo compendio probatorio e non potendo quindiessere espressa alcuna valutazione al riguardo – mentre, nel secondocaso, troverebbe applicazione l’equiparazione, di cui all’art. 530,comma 2, c.p.p., della prova insufficiente o contraddittoria, allesituazioni delineate nel primo comma della stessa disposizione.

Nell’ambito di questo orientamento vanno segnalate: Sez. II, 15 ottobre1992 n. 1221/03, Tuliani, rv. 193017, Sez. VI, 13 gennaio 2005 n. 7272,De Angelis, rv. 231231.

2.1. Per un contributo ermeneutico ai fini della soluzione dellaquestione in oggetto, relativamente alle formule da adottare, èopportuno richiamare la giurisprudenza della Corte Costituzionale edelle Sezioni Unite.

Con la sentenza n. 5 del 1975, la Corte Costituzionale dichiaròl'illegittimità costituzionale dell'art. 152, secondo comma, c.p.p.1930, nella parte in cui non comprendeva tra le ipotesi in cui ilgiudice, ad istruttoria ultimata, doveva pronunciare sentenza diproscioglimento nel merito, anziché declaratoria di estinzione delreato per amnistia, anche il caso in cui mancava del tutto la prova chel'imputato avesse commesso il reato stesso.

Sul rapporto tra la disciplina ex art. 129, comma 2, c.p.p. e quella dicui all’art. 530, comma 2, c.p.p., è intervenuta poi la CorteCostituzionale con due ordinanze – la n. 300 e la n. 362 – del 1991.

Nel primo caso, il giudice a quo aveva sollevato, in relazione all’art.3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell'art.129, secondo comma, c.p.p., affermando di essere pervenuto a giudiziodi assoluzione per insufficienza di prove per i reati oggettodell’imputazione e di non aver potuto assolvere ex art. 530 c.p.p. gliimputati con la formula "perché il fatto non sussiste", in quanto,rientrando il reato in questione nell'amnistia, si sarebbe dovutoapplicare il secondo comma dell'art. 129 c.p.p., a termini del quale,in presenza di una causa estintiva, l’assoluzione nel merito prevalesolo nel caso in cui risulti evidente l'innocenza dell'imputato.

A seguito del provvedimento di clemenza, sarebbe risultata preclusaall'imputato l'assoluzione con la più favorevole formula, mentre, nellastessa situazione probatoria di prova insufficiente, l'imputato del piùgrave reato non coperto da amnistia si sarebbe giovato della formuladell'insussistenza del fatto; il decreto di amnistia, al paridell'intervento di ogni altra causa estintiva, dunque, finiva con ilridare rilevanza al dubbio probatorio, espunto dal sistema del nuovocodice, e gli imputati si sarebbero trovati assoggettati adun’ingiustificata disparità di trattamento.

Dichiarando la manifesta infondatezza della questione, la Corte haaffermato che il principio della prevalenza delle formule assolutoriedi merito su quelle dichiarative dell'estinzione del reato èrazionalmente contemperato, anche a fini di economia processuale, conl'esigenza che appaia del tutto evidente dalle risultanze probatorieche “il fatto non sussiste” o che “l’imputato non lo ha commesso” o che“il fatto non costituisce reato” o “non è previsto dalla legge comereato”. Comunque, l’applicazione dell’amnistia, nei confronti degliimputati per i quali non ricorrevano tali ipotesi, non concretavaviolazione del principio di eguaglianza, attesa la rinunziabilità dellacausa estintiva che – costituendo esplicazione del diritto di difesa –è posto a tutela del diritto << di chi sia perseguito penalmentead ottenere non già solo una qualsiasi sentenza che lo sottragga allairrogazione della pena, ma precisamente quella sentenza che nella suaformulazione documenti la non colpevolezza >>.

Il medesimo itinerario argomentativo è stato riproposto, conriferimento alla causa estintiva della prescrizione, dall’ord. n. 362del 1991: in questo caso, il giudice costituzionale ha richiamatol’ord. n. 300 del 1991, sottolineando che con essa era già statadichiarata la manifesta infondatezza della questione concernentel’applicazione dell’amnistia – questione sostanzialmente analoga aquella in esame - in base all’assorbente rilievo della rinunziabilitàdella causa estintiva.

A completamento delle decisioni del giudice delle leggi in materia, èopportuno un rapido cenno a quelle con le quali la Corte Costituzionalerilevò esplicitamente la incostituzionalità della mancata previsionedella rinunciabilità delle cause estintive dell’amnistia e dellaprescrizione: rinunciabilità che è stata poi inserita nell’art. 157c.p. con la legge 5 dicembre 2005, n. 251.

La prima, è la sent. n. 175 del 1971 con la quale fu dichiaratal’illegittimità costituzionale dell’art. 151, comma 1, c.p. 1930, perviolazione dell’art. 24 Cost., nella parte in cui escludeva larinuncia, con le conseguenze indicate in motivazione, all’applicazionedell’amnistia. La Corte Costituzionale sottolineò che << larinunzia all'amnistia costituisce esplicazione del diritto di difesa,sembrando chiaro discendere da tale affermazione come in quest'ultimosia da considerare inclusa non solo la pretesa al regolare svolgimentodi un giudizio che consenta libertà di dedurre ogni prova a discolpa egarantisca piena esplicazione del contraddittorio, ma anche quella diottenere il riconoscimento della completa innocenza, da considerare ilbene della vita costituente l’ultimo e vero oggetto della difesa,rispetto al quale le altre pretese al giusto procedimento assumonofunzione strumentale >>; ed evidenziò, altresì, comeall’interesse morale ad una sentenza di assoluzione con formula pienasi affianchi quello patrimoniale, in quanto l’assoluzione da amnistialascia integra – oltre ad eventuali responsabilità amministrative –l’azione civile al risarcimento del danno, laddove << corrispondeall’interesse dell’imputato di ottenere dal giudice penale unapronuncia che, ai sensi dell’art. 25 cod. proc. pen., e ricorrendone ipresupposti, renda improponibile l’azione civile >>.

La sent. n. 275 del 1990 dichiarò l’illegittimità costituzionaledell’art. 157 c.p. 1998, per contrasto con gli artt. 3, comma primo, e24, comma secondo, Cost., nella parte in cui non prevedeva che laprescrizione del reato potesse essere rinunciata dall’imputato.

La sentenza, muovendo dal duplice rilievo della discrezionalità dellaprescrizione in sede applicativa e del fatto che raramente le cause cheportano al suo perfezionarsi sono ascrivibili all’imputato, osservò chedinanzi a questa realtà, il legislatore, nel disciplinare l’istitutosostanziale della prescrizione, doveva tener conto del carattereinviolabile del diritto di difesa, inteso come diritto al giudizio e,con esso, a quello della prova, e così conclusivamente si espresse:<< è privo di ragionevolezza rispetto ad una situazioneprocessuale improntata a discrezionalità, che quell'interesse a non piùperseguire (sorto a causa di circostanze eterogenee e comunque nondominabili dalle parti) debba prevalere su quello dell'imputato, con laconseguenza di privarlo di un diritto fondamentale. Dev'essere,pertanto, affermata la rinunciabilità anche della prescrizionedichiarando la parziale illegittimità dell'art. 157 del codice penaleche non la prevede >>.

2.2. Utili spunti di riflessione si rinvengono in Sez. Un., 9 giugno1995 n. 18, P.G. in proc. Cardoni, rv. 202374 - 202375 che ha affermatoi seguenti princìpi di diritto: << Il giudice per le indaginipreliminari il quale, richiesto dell'emissione di decreto penale dicondanna o dell'applicazione della pena a norma dell'art. 444 cod.proc. pen., ritenga che dagli atti, pur non risultando la provapositiva dell'innocenza della persona sottoposta a indagini, risultiquella negativa della sua colpevolezza, nel senso radicaledell'impossibilità di acquisirla, deve, per evidenti ragioni dieconomia processuale, emettere sentenza di proscioglimento, e nonrestituire gli atti al Pubblico Ministero, il quale, peraltro, ha lapossibilità di ottenere una nuova riflessione sul tema proponendoricorso per cassazione >> (rv. 202374); << Il giudice perle indagini preliminari può, qualora lo ritenga, prosciogliere lapersona nei cui confronti il Pubblico Ministero abbia richiestol'emissione di decreto penale di condanna solo per una delle ipotesitassativamente indicate nell'art. 129 cod. proc. pen., e non anche permancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova ai sensidell'art. 530, comma secondo, stesso codice, alle quali, prima deldibattimento - non essendo stata la prova ancora assunta - l'art. 129non consente si attribuisca valore processuale >> (rv. 202375).

La decisione è intervenuta sulla questione relativa alla possibilità,per il giudice delle indagini preliminari, richiesto dal p.m. diemissione di decreto penale, di pronunciare sentenza di proscioglimentosoltanto a norma dell’art. 129 c.p.p., ovvero anche per mancanza,insufficienza o contraddittorietà della prova ai sensi dell'articolo530, comma 2, dello stesso codice.

Per come si rileva dal testo della sentenza Cardoni, gli indirizzidelineatisi in materia, in seno alla giurisprudenza di legittimità,convergevano nell'attribuire rilevanza, nell'applicazione dell'art. 129c.p.p., alla prova positiva della innocenza, cosi come convergevanonell’escludere che il giudice, richiesto della emissione del decretopenale, potesse, avvalendosi di tale norma, prosciogliere anche se leprove fossero mancanti, insufficienti o contraddittorie. Uno dei dueorientamenti si era tuttavia posto l'ulteriore quesito, risolvendolopositivamente e sul quale fondamentalmente era stato richiestol’intervento delle Sezioni Unite, se nel procedimento per l'emissionedel decreto penale dovesse essere sottolineata anche la mancanzaassoluta della prova, nel senso di prova mancante e non altrimentiacquisibile: la sentenza Cardoni ha aderito a quest’ultima impostazione.

Aderendo a quest’ultima impostazione, la sentenza Cardoni accoglie latesi secondo cui la norma dell’art. 129, comma 1, c.p.p. non lasciaspazio, nel procedimento per decreto, alla mancanza, alla insufficienzae alla contraddittorietà della prova; tesi che trova conferma,nell’argomentare della sentenza, nel secondo comma della citatadisposizione, che regola il concorso processuale tra una causa diestinzione del reato e una formula di assoluzione nel merito,stabilendo la prevalenza della formula di assoluzione nel merito ognivolta che sia assistita dall'evidenza della prova.

Altri spunti di possibile interesse si ricavano da decisioni delleSezioni Unite che hanno contribuito a delineare determinati profilidella disciplina degli istituti che vengono in rilievo nel caso inesame.

La ricostruzione degli ambiti applicativi della declaratoria immediatadi cause di non punibilità ex art. 129 c.p.p. e del proscioglimentopre-dibattimentale di cui all’art. 469 c.p.p. si deve a Sez. Un. 19dicembre 2001 n. 3027/02, PG in proc. Angelucci, rv. 220555: <<La sentenza di proscioglimento predibattimentale di cui all'art. 469cod. proc. pen. può essere emessa solo ove ricorrano i presupposti inesso previsti (mancanza di una condizione di procedibilità oproseguibilità dell'azione penale ovvero presenza di una causa diestinzione del reato per il cui accertamento non occorra procedere aldibattimento) e sempre che le parti, messe in condizione diinterloquire, non si siano opposte, in quanto non può trovareapplicazione, in detta fase, la disposizione dell'art. 129 stessocodice che presuppone necessariamente l'instaurazione di un giudizio insenso proprio. Avverso la predetta sentenza, anche se deliberata al difuori delle ipotesi previste dalla legge, l'unica impugnazione ammessaè il ricorso per cassazione >>.

La sentenza Angelucci sottolinea la portata generale dell’art. 129c.p.p. sicché l’art. 469 c.p.p., se non escludesse la contemporaneaapplicazione dell'art. 129 c.p.p., costituirebbe un inutile doppionenel sistema. Laddove fa riferimento ad “ogni stato e grado delprocesso”, l’art. 129 c.p.p., sottolinea la sentenza in esame, <<deve essere inteso in relazione al giudizio in senso tecnico, ossia aldibattimento di primo grado o ad ai giudizi in appello ed incassazione, perché quelle sono le fasi in cui si instaura la pienadialettica processuale tra le parti e si dispone di tutti gli elementiper la scelta delle formule assolutorie più opportune, rispettando lelegittime aspettative dell'imputato. Nella fase predibattimentaledell'attuale processo (diversamente la questione poteva porsi in baseall'art. 152 c.p.p. del 1930) la fondamentale cesura tra fasedell'indagine e fase del dibattimento porta ad escludere che possaemettersi una sentenza allo stato degli atti ex art. 129 c.p.p.>>.

Sez. Un., 25 gennaio 2005 n. 12283, P.G. in proc. De Rosa, haaffrontato la questione se il giudice per le indagini preliminari,investito della richiesta del p.m. di rinvio a giudizio, possa inapplicazione dell'art. 129 c.p.p. pronunciare immediatamente, inpresenza di una causa di non punibilità, sentenza di non luogo aprocedere senza fissare l'udienza preliminare, risolvendola nel sensodi cui al principio così massimato: << Il giudice dell'udienzapreliminare, investito della richiesta del P.M. di rinvio a giudiziodell'imputato, non può emettere sentenza di non doversi procedere perla ritenuta sussistenza di una causa di non punibilità senza la previafissazione della udienza in camera di consiglio. (La Corte ha osservatoche l'art. 129 cod. proc. pen. non attribuisce al giudice un potere digiudizio ulteriore ed autonomo rispetto a quello già riconosciutoglidalle specifiche norme che regolano l'epilogo proscioglitivo nellevarie fasi e nei diversi gradi del processo - artt. 425, 469, 529, 530e 531 stesso codice -, ma enuncia una regola di condotta rivolta algiudice che, operando in ogni stato e grado del processo, presuppone unesercizio della giurisdizione con effettiva pienezza delcontraddittorio) >> (RV. 230529).

3. Ritengono queste Sezioni Unite di dover aderire al primo degli orientamenti sopra illustrati.

Dal panorama giurisprudenziale - costituzionale e di legittimità -emerge chiaramente che, ai fini della soluzione della questione che inquesta sede rileva, occorre soffermarsi, in particolare, sulla nozionedi “evidenza” (art. 129, comma secondo, c.p.p.), per passare poiall’esame dei princìpi dell’economia processuale e del diritto allaprova.

3.1. Per quel che riguarda il presupposto della evidenza della provadell’innocenza dell’imputato – ai fini della prevalenza della formuladi proscioglimento sulla causa estintiva del reato – in giurisprudenzaè stato costantemente affermato, senza incertezze o oscillazioni disorta, che il giudice è legittimato a pronunciare sentenza diassoluzione a norma dell'art. 129 c.p.p., comma 2, soltanto nei casi incui le circostanze idonee ad escludere l'esistenza del fatto, la suarilevanza penale e la non commissione del medesimo da partedell'imputato emergano dagli atti in modo assolutamente noncontestabile, al punto che la valutazione da compiersi in propositoappartiene più al concetto di "constatazione" (percezione ictu oculi),che a quello di "apprezzamento", incompatibile, dunque, con qualsiasinecessità di accertamento o approfondimento; in altre parole, l'"evidenza" richiesta dall'art. 129, comma 2, c.p.p. presuppone lamanifestazione di una verità processuale così chiara ed obiettiva darendere superflua ogni dimostrazione oltre la correlazione ad unaccertamento immediato, concretizzandosi così addirittura in qualcosadi più di quanto la legge richiede per l'assoluzione ampia.

Tale significato deve essere decisamente riaffermato anche in questa sede, perché assolutamente condivisibile.

3.2. La valenza della disposizione prevista dall’art. 129, secondocomma, c.p.p., in relazione al principio dell’economia processuale –ribadito anche in epoca recente con la ritenuta necessità dellaragionevole durata del processo – è stata sottolineata già conrisalenti pronunce della Corte Costituzionale, in particolare con ilrichiamo all’economia processuale di cui all’ordinanza n. 300 del 1991,nonché con la stessa sentenza delle Sezioni Unite Cardoni, nella qualeè stato ribadito che la norma dell'articolo 129 c.p.p. vigente, comegià quella dell'articolo 152 dell'abrogato codice di rito, tende, tral’altro, ad assicurare la speditezza, l’immediatezza, l'economia delprocesso.

3.3. Il diritto alla prova, poi, trova espressa previsione normativanell’art. 190 c.p.p.; in particolare, il diritto alla prova contrariarisulta garantito all'imputato dall'art. 495, comma secondo, c.p.p. inconformità dell'art. 6, par. 3 lett. d) della Convenzione Europea deidiritti dell'uomo e del Patto internazionale sui diritti civili epolitici, e attualmente a livello costituzionale dall'art. 111, commaterzo, della Costituzione.

3.4. Quanto alla individuazione del momento processuale in cuil’evidenza (e non anche la contraddittorietà o l’insufficienza) dellaprova dell’innocenza dell’imputato impone al giudice, pur in presenzadi una causa di estinzione del reato, di pronunciare la sentenza diproscioglimento nel merito, taluni punti fermi sono stati giàcondivisibilmente posti dalle decisioni delle Sezioni Unite, sopraricordate.

E, tenuto conto degli approdi cui sono già pervenute le Sezioni Unitecon le decisioni innanzi richiamate, deve concludersi che la questioneconcernente i rapporti tra il proscioglimento nel merito perinsufficienza o contraddittorietà della prova e la causa di estinzionedel reato rilevi, allo stato, esclusivamente con riferimento alla fasedel giudizio.

Come già si è accennato, ritiene il Collegio corretta la sceltaermeneutica del primo indirizzo giurisprudenziale, tra quelli, sopraillustrati, che hanno dato vita al contrasto de quo: devono, pertanto,essere approfondite ed illustrate le ragioni che giustificano talescelta.

Il punto di partenza è ravvisabile nel percorso motivazionale seguitodalle Sezioni Unite nella sentenza De Rosa. Tale decisione ricostruiscele finalità della disciplina ex art. 129 c.p.p., collocandole sulduplice piano del principio di economia processuale (exitus processus)e della tutela dell’innocenza dell’imputato (favor rei). Sulla base diquesto inquadramento, le Sezioni Unite rilevano che << l'art.129, collocato sistematicamente nel titolo II del libro secondo delcodice tra gli ‘atti e provvedimenti del giudice’, non attribuisce acostui un potere di giudizio ulteriore, inteso quale occasione - percosì dire - ‘atipica’ di decidere la res iudicanda, rispetto a quelloche gli deriva dalle specifiche norme che disciplinano i diversisegmenti processuali (art. 425 per l'udienza preliminare; art. 469 perla fase preliminare al dibattimento; artt. 529, 530 e 531 per ildibattimento), ma, nel rispetto del principio della libertà decisoria,detta una regola di condotta o di giudizio, la quale si affianca aquelle proprie della fase o del grado in cui il processo si trova ealla quale il giudice, in via prioritaria, deve attenersinell'esercizio dei poteri decisori che già gli competono come giudicedell'udienza preliminare o del dibattimento di ogni grado. Tale regolaprevede l'obbligo (recte dovere) dell'immediata declaratoria,d'ufficio, di determinate cause di non punibilità che il giudice"riconosce" come già acquisite agli atti. Si è di fronte ad unaprescrizione generale di tenuta del sistema, nel senso che, nellaprospettiva di privilegiare l'exitus processus ed il favor rei,s'impone al giudice il proscioglimento immediato dell'imputato, overicorrano determinate e tassative condizioni, che svuotano di contenuto- per ragioni di merito - l'imputazione, o ne fanno venire meno - perla presenza di ostacoli processuali (difetto di condizioni diprocedibilità) o per l'avverarsi di una causa estintiva - la effettivaragion d'essere >>. La norma di cui all’art. 129 c.p.p.<<….non è alternativa ad altre previsioni di analoghi effetti, néentra in conflitto con queste, ma, affiancando e integrando taliprevisioni, definisce meglio, per tempi e modalità, i poteri decisoridel giudice….>>.

D’altra parte, prosegue ancora la sentenza De Rosa, è sintomatico chel'art. 129 c.p.p. si limiti a prevedere la già evidenziata regola dicondotta o di giudizio e ne imponga al giudice l'osservanza “in ognistato e grado del processo”, senza nulla disporre in ordine al rito daseguire per la “immediata declaratoria di determinate cause di nonpunibilità”, il che conferma che tale norma, sotto il profilo dei tempie dei modi di applicazione, deve trovare attuazione nel corso dellefasi e dei gradi del processo e nell'ambito della corrispondentedisciplina prevista, alla quale deve uniformarsi. L'espressione“immediata declaratoria”, presente soltanto nella rubrica dell'art. 129c.p.p., assume una valenza diversa da quella percepibile prima facie:non denuncia, evidenziano le Sezioni Unite, una connotazione di“tempestività temporale” assoluta (fino a legittimare, pur nel silenziodella norma, il rito de plano), ma evidenzia che, qualora ne sussistanole condizioni, tale declaratoria deve avere la precedenza su altrieventuali provvedimenti decisionali adottabili dal giudice. La norma exart. 129 c.p.p. – precisa ancora la sentenza in argomento – non puòessere ritenuta superflua: essa << non è ripetitiva di forme epoteri decisori previsti, nella sede specifica (artt. 425, 469, 529 ess. c.p.p.), dal sistema e funzionali all'opzione proscioglitiva chepuò definire la fase o il grado del processo, ma è integrativa - sottoil profilo modale - di tali forme e poteri, che, pur nelcontemperamento di valori concorrenti, devono tendenzialmenteassicurare la semplificazione del processo e il favor rei >>.

Le ampie considerazioni svolte nella sentenza De Rosa, e gli argomentiaddotti a sostegno dei princìpi ivi enunciati, inducono, dunque, adissentire da quell’orientamento secondo cui, all’esitodell’istruttoria dibattimentale, pur in presenza di una causaestintiva, dovrebbe essere comunque applicato il secondo commadell’art. 530 c.p.p. in virtù del quale la prova insufficiente ocontraddittoria è equiparata alle situazioni delineate nel primo commadello stesso articolo. A voler seguire detta opzione ermeneutica, nonsi comprenderebbe il riferimento contenuto nel primo comma dell’art.129 c.p.p. – in relazione all’obbligo di immediata declaratoria dideterminate cause di non punibilità, ivi compresa, quindi, la causa diestinzione del reato – ad “ogni stato e grado del processo”, così comenon si comprenderebbe il richiamo, nel secondo comma dello stessoarticolo, all’art. 531 c.p.p. (norma, questa, che segue l’art. 530c.p.p. dedicato alla sentenza di assoluzione con l’indicazione dellerelative formule) secondo cui il proscioglimento nel merito deveprevalere sulla causa di estinzione del reato se dagli atti risultaevidente che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commessoo che il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge comereato.

A ciò aggiungasi che già prima della sentenza De Rosa, le SezioniUnite, con la sentenza Cardoni, avevano avuto modo di fornire analogheindicazioni.

Ma è soprattutto il contenuto dell’art. 531 c.p.p. a dare una confermanormativa a quanto fin qui detto, nella parte in cui è espressamenteprevisto l’obbligo della pronuncia di sentenza di non doversi procederein presenza di una causa estintiva del reato, “salvo quanto dispostodall’art. 129 , comma 2,”, vale a dire tranne nel caso in cui vi sia laprova evidente della insussistenza del fatto o della sua noncommissione da parte dell’imputato o della sua irrilevanza penale.Situazione questa ben puntualizzata da Sez. III, 19 marzo 2003 n.21994, P.m. in proc., Musto, rv. 225443, secondo cui << laconclusione che, nel concorso tra una causa estintiva del reato edun’altra più favorevole di non punibilità, quest’ultima deve risultarein modo palese è confermata dalla espressa clausola di salvezzacontenuta nell’art. 531, comma 1, c.p.p. >>.

Mette conto ribadire, dunque, che il giudice, solo all’esitodell’istruttoria dibattimentale, quindi allorquando si accinge allavalutazione del compendio probatorio acquisito, può disporre di tuttigli elementi per addivenire anche alla esatta qualificazione giuridicadel fatto: orbene nel caso di ritenuta configurabilità di un reatodiverso e meno grave rispetto a quello contestato, tale da risultareprescritto, non pare che possano esservi dubbi che, in siffattaipotesi, il giudice, in mancanza della prova evidente (nel senso dellasua “constatazione” e non del suo “apprezzamento”) dell’innocenza, hail dovere di pronunciare declaratoria di estinzione del reato perintervenuta prescrizione, senza procedere ad alcun approfondimentonella valutazione del materiale probatorio agli atti.

Parimenti, intervenuta la causa estintiva del reato di cuiall’imputazione, non potrà il giudice, all’esito dell’istruttoriadibattimentale ed in presenza di un compendio probatorio insufficienteo contraddittorio, esercitare i poteri di ufficio ex art. 507 c.p.p.(possibilità ammessa anche per il giudice ritiratosi in camera diconsiglio per la deliberazione della sentenza: cfr. Sez. 3, n. 8528 del19/08/1993 Ud. - dep. 14/09/1993 - Rv. 195160), ma dovrà dichiararel’estinzione del reato enunciandone la causa nel dispositivo.Altrimenti, a voler privilegiare una formula liberatoria nel merito, afronte di una causa estintiva, allorquando si è in presenza di unaprova insufficiente o contraddittoria, si perverrebbe al risultatoparadossale che la evidenza di cui all'art. 129 cpv. c.p.p.ricorrerebbe anche nel caso di ambiguità probatoria ex art. 530,secondo comma, stesso codice: il che determinerebbe una ingiustificataequiparazione tra una posizione processuale di evidenza di innocenza eduna situazione processuale di incertezza probatoria.

In definitiva, la regola probatoria di cui all'art. 530, comma 2,c.p.p. - cioè il dovere per il giudice di pronunciare sentenza diassoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria laprova della responsabilità - appare dettata esclusivamente per ilnormale esito del processo che sfocia in una sentenza emessa dalgiudice al compimento dell'attività dibattimentale, a seguito di unaapprofondita valutazione di tutto il compendio probatorio acquisitoagli atti; tale regola, giova ribadirlo, non può trovare applicazionein presenza di una causa estintiva del reato: in una situazione delgenere – a meno che il giudice non sia chiamato a dover approfondire exprofesso il materiale probatorio acquisito (come si avrà modo di direin prosieguo) - vale invece la regola di giudizio di cui all'art. 129c.p.p. in base alla quale, intervenuta una causa estintiva del reato,può essere pronunciata sentenza di proscioglimento nel merito soloqualora emerga dagli atti processuali ‘positivamente’ (‘... risultaevidente ...’: art. 129, comma 2, c.p.p.), senza necessità di ulterioreapprofondimento, l'estraneità dell'imputato a quanto contestatogli.

Coerente con questa impostazione è anche la uniforme giurisprudenza dilegittimità secondo cui deve escludersi che il vizio di motivazionedella sentenza impugnata, che dovrebbe ordinariamente condurreall'annullamento con rinvio, possa essere rilevato dal giudice dilegittimità che, in questi casi, deve invece dichiarare l'estinzionedel reato.

In caso di annullamento, infatti, il giudice del rinvio si troverebbenella medesima situazione che gli impone l'obbligo della immediatadeclaratoria della causa di estinzione del reato: e ciò anche inpresenza di una nullità di ordine generale che, dunque, non può essererilevata nel giudizio di legittimità, essendo l’inevitabile rinvio algiudice del merito incompatibile con il principio dell'immediataapplicabilità della causa estintiva, così come precisato da Sez. Un. 28novembre 2001 n. 1021/02, Cremonese, rv 220511.

Nel solco della sentenza Cremonese si colloca poi la puntualizzazioneoperata da Sez. Un. 27 febbraio 2002 n. 17179, Conti, rv. 221403.

4. Deve essere ora esaminato l’ulteriore profilo, di cui si è già fattocenno, rilevante ai fini della soluzione della questione controversa:il diritto alla prova.

Al riguardo, una risposta positiva ed inequivocabile, circa lacompatibilità di tale diritto con l’indirizzo interpretativo che questeSezioni Unite ritengono condivisibile, è riscontrabile nelle decisionidella Corte Costituzionale in precedenza evocate.

Ed invero, il Giudice delle leggi - dopo essere intervenuto affermandola equiparazione tra la evidenza della prova dell'innocenza e lamancanza di prova di colpevolezza – ha limitato i suoi successiviinterventi, in materia, ad una declaratoria di incostituzionalitàquanto alla mancata previsione della rinunciabilità della causaestintiva (amnistia e prescrizione), sottolineando come dettarinunciabilità debba considerarsi quale strumento efficace perl'esplicazione del diritto di difesa ai fini del perseguimentodell'interesse morale ad un'assoluzione con formula piena e di uninteresse patrimoniale sul versante dei riflessi civilistici, a frontedell'interesse a non più perseguire (principio dell'economiaprocessuale); la Corte Costituzionale, dunque, in alcun modo haaccennato a profili di incostituzionalità (disparità di trattamento,violazione del diritto di difesa, etc.) con riferimento all'art. 129,comma secondo, c.p.p., avendo ritenuto del tutto conforme ai princìpicostituzionali siffatta disposizione, ritenendola adeguatamentebilanciata con la rinunciabilità della causa estintiva: maturata laprescrizione del reato, ed a fronte della mancanza dell’evidenza dellaprova dell’innocenza, l'imputato, volendo, può far valere il suodiritto alla rinuncia alla prescrizione, correndo il rischioconsapevole di un verdetto sfavorevole all’esito del richiestoapprofondimento.

E non è priva di rilievo la natura della rinuncia della prescrizionequale diritto personalissimo dell’imputato, come pacificamente ritenutonella giurisprudenza di questa Corte: si veda, ex plurimis, Sez. 2, n.23412 del 09/06/2005 Ud. (dep. 21/06/2005) Rv. 231879, secondo cui<< la rinuncia alla prescrizione non rientra nel novero degliatti processuali che possono essere compiuti dal difensore a normadell'art. 99 c.p.p., in quanto costituisce, dopo la sentenza dellaCorte Costituzionale che ha dichiarato costituzionalmente illegittimol'art. 157 nella parte in cui non prevedeva tale possibilità a favoredell'imputato, un diritto personalissimo dello stesso che è a luipersonalmente ed esclusivamente riservato. (Fattispecie in cui la Cortedi cassazione ha escluso altresì la possibilità che il silenziodell'imputato, in presenza di una richiesta avanzata dal difensore,possa essere equiparato ad un comportamento concludente diretto amanifestare una positiva volontà alla rinuncia) >>. Dettadecisione – peraltro intervenuta prima ancora che la rinuncia dellaprescrizione fosse normativamente prevista con la legge cd. “exCirielli” n. 251/2005 del 5 dicembre 2005 entrata in vigore l’8dicembre 2005 - appare inequivocabile nel senso che il silenziodell’imputato non può essere interpretato in altro modo se non comeesercizio del diritto a non rinunciare alla prescrizione. Sulla stessalinea si pongono Sez. 6, n. 12380 del 21/9/2004 Ud. (dep. 1/4/2005),Rv. 231030, Lucchesu ed altri, e - con riferimento al novellato art.157 c.p. in conseguenza della legge “ex Cirielli” - Sez. 1, n. 18391del 13/3/2007 Cc. , Rv. 236576, con la quale è stato precisato che<< la rinuncia alla prescrizione - esercitabile dall'imputato dipersona ovvero con il ministero di un procuratore speciale, solo dopola maturazione del relativo termine di legge - presuppone, ai sensidell'art. 157 c.p., così come novellato dall'art. 6 della L. 5 dicembre2005 n. 251, una dichiarazione di volontà espressa e specifica che nonammette equipollenti >>.

Ulteriore e autorevole conferma, a sostegno della prevalenza dellacausa estintiva della prescrizione, in presenza di un compendioprobatorio insufficiente o contraddittorio, sulla formula diproscioglimento nel merito, viene da quanto evidenziato, proprio inrelazione al diritto alla rinuncia alla prescrizione, nella sentenzadelle Sezioni Unite, Conti già citata, argomentando che la disposizionedi cui all’art. 129 c.p.p. opera <> (Sez. Un., Conti, 27 febbraio 2002 n. 17179).

Infine, volendo seguire il secondo orientamento, si dovrebbe ammetterela possibilità per l’imputato, non rinunciante alla prescrizione(avendo dunque esercitato, con il silenzio, il diritto a non rinunciarealla causa estintiva) e nei cui confronti è stata dichiarata laprescrizione sul presupposto di un compendio probatorio insufficiente ocontraddittorio, di proporre poi ricorso per cassazione – anche nelcaso di mancanza di statuizioni civili (quanto ai riflessi dellaquestione posta al vaglio di queste Sezioni Unite sulle statuizionicivili, con riferimento all’art. 578 c.p.p., si dirà oltre) - deducendoviolazione di legge e/o vizio di motivazione sull’asserito rilievodella obbligatorietà per il giudice di pronunciare assoluzione con laformula di merito: il che comporterebbe, innanzi tutto, la violazionedel principio di economia processuale, nei sensi già posti in rilievo.

Può dunque essere enunciato il seguente principio di diritto:“All’esito del giudizio, il proscioglimento nel merito, nel caso dicontraddittorietà o insufficienza della prova, non prevale rispettoalla dichiarazione immediata di una causa di non punibilità”.

5. Per completezza argomentativa, non può essere omesso l’esame delladisciplina contemplata nell’art. 578 c.p.p., la cui interferenza conquella ex art. 129 c.p.p. sembra significativa nell’economia dellevalutazioni concernenti il ricorso rimesso alla cognizione di questeSezioni Unite.

La disposizione di cui al secondo comma dell’art. 129 c.p.p. devecoordinarsi con la presenza della parte civile e con una pronuncia diuna condanna in primo grado: in tal caso, infatti, il giudicedell’appello – nel prendere atto di una causa estintiva del reatoverificatasi nelle more del giudizio di secondo grado – è tenuto apronunciarsi, ai sensi dell’art. 578 c.p.p., sull’azione civile: devequindi necessariamente compiere una valutazione approfonditadell’acquisito compendio probatorio, senza essere legato ai canoni dieconomia processuale che impongono la declaratoria della causa diestinzione del reato quando la prova della innocenza non risulti ictuoculi.

Le decisioni di questa Corte che hanno affrontato l’argomento risultanosostanzialmente univoche nel senso della riconosciuta incidenza, sullastatuizione penale, delle valutazioni operate dal giudice, sulmateriale probatorio acquisito, ai fini delle statuizioni civili.

Spunti di riflessione offre la sentenza della Sesta Sezione, n.1748/06, del 10 novembre 2005, Bisci ed altri, posto che, oltre aproporre ulteriori considerazioni a favore della prevalenza, ingenerale, della causa estintiva su quella del proscioglimento nelmerito nel caso di compendio probatorio ambivalente, affronta anchespecificamente la questione del rapporto dell’art. 129 con l’art. 578c.p.p..

Tale decisione, dopo aver ricostruito i profili salienti degliorientamenti giurisprudenziali (innanzi illustrati), adotta, a sostegnodel primo (da queste Sezioni Unite ritenuto coindivisibile, comedetto), due ordini di argomentazioni, incentrate ora su considerazionidi carattere istituzionale e di contemperamento degli interessi ingioco, ora sull’analisi sistematica della disciplina ex art. 578c.p.p.. Quanto alle prime, in detta sentenza si sottolinea chel'estinzione del reato priva, in linea di principio, il giudice penaledi ogni motivo per l'esercizio della sua giurisdizione, sicché soltantoesigenze di tutela dei diritti fondamentali della persona possonocostituire una deroga per prorogarlo; ora, tali esigenze sussistono<< quando vi sia la evidenza della innocenza sostanzialedell'imputato (per elementi positivi o per mancanza assoluta di prove asuo carico), con necessità dunque di restaurare immediatamente la suasfera di onorabilità, ma non potrebbe ravvisarsi alcuna tutela dellaonorabilità o di altri diritti fondamentali qualora il giudice, invecedi prendere atto della causa estintiva del reato, dovesse persisterenella sua cognizione di merito per concludere che agli atti vi sono unoo più elementi probatori a carico, sia pure non di tale momento dafondare una dichiarazione di responsabilità penale >>. Per quantoriguarda il contemperamento degli interessi, la sentenza Bisci fa levasulla rinunciabilità all’amnistia e alla prescrizione, già a suo tempointrodotta dalle decisioni del giudice delle leggi: << posto chel'imputato ha il diritto costituzionalmente garantito ad una decisionepenale di merito, attraverso la rinunzia alla causa di estinzione, nonè ragionevole che, nella ipotesi di mancata rinunzia e quindi dioperatività della causa estintiva, l'esercizio della giurisdizione siaprorogato di ufficio, in modo tale che l'imputato si giovi dellaefficacia preclusiva connessa alla sentenza penale dall'art. 652c.p.p., pur in presenza di elementi che nel giudizio civile oamministrativo, eventualmente promossi dai danneggiati, potrebberoessere debitamente valorizzati >>. Ne deriva che, << inpresenza di una causa estintiva del reato, non è più applicabile laregola probatoria prevista dal secondo comma dell'art. 530 c.p.p., daadottare quando il processo sfoci nel suo esito ordinario, ma ènecessario che emerga "positivamente" dagli atti, e senza necessità diulteriori accertamenti, la prova della innocenza dell'imputato>>,procedendo il giudice in questi casi << più che ad un“apprezzamento”, ad una “constatazione” >>. Da ciò consegueinoltre che << non è consentito al giudice di applicare l'art.129 c.p.p. in casi di incertezza probatoria o di contraddittorietàdegli elementi di prova acquisiti al processo, anche se, in tali casi,ben potrebbe pervenirsi alla assoluzione dell'imputato per avere ilquadro probatorio caratteristiche di ambivalenza >>. Se è vero,prosegue la sentenza Bisci, che l’art. 129 c.p.p. impone di dichiararela causa estintiva quando non risulti evidente che il fatto nonsussiste, che l’imputato non lo ha commesso, ecc., è altresì chiaro che<< tale principio deve coordinarsi con la presenza della partecivile e di una condanna in primo grado che impone ai sensi dell'art.578 c.p.p. di pronunciarsi sulla azione civile e quindi di non esserelegati ai canoni di economia processuale che impongono la declaratoriadella causa di proscioglimento quando la prova della innocenza nonrisulti ictu oculi. Sta di fatto che la pronuncia ex art. 578 c.p.p. fastato tra le parti e dunque si impone, pur in presenza della causaestintiva, un esame approfondito di tutto quanto rilevi ai fini dellaresponsabilità civile (mentre ciò che riguarda esclusivamente laresponsabilità penale senza incidere su quella civile non deve essereoggetto di esame quando ricorre la causa estintiva). Se da questo esameemerge la prova della innocenza, si dovrà ricorrere alla corrispondenteformula assolutoria, in quanto l'obbligo di declaratoria immediatadella causa estintiva si basa sul principio di economia processuale;pertanto, quando l'esame ex professo di altri aspetti è effettuato, siapure per esigenze di decisione non penale, l'accertamento effettuatonon può essere posto nel nulla e può portare ad una assoluzione dimerito, riprendendo vigore come canone interpretativo quello del favorrei >>.

Così ricostruita la disciplina di cui all’art. 578 c.p.p., la sentenzaBisci afferma che << in questi limiti, può dunque ritenersi chela valutazione approfondita a fini civilistici, che portiall'accertamento della evidenza della mancanza di responsabilità penalecon una formula assolutoria ampia, possa incidere sulla decisionepenale, pur in presenza di una causa estintiva, sebbene non risulti abinitio evidente che il fatto non sussiste, che l'imputato non lo hacommesso, ecc. >>; di conseguenza, << una eventualeassoluzione in luogo del proscioglimento per causa estintiva può avereluogo solo se l’esame ai fini civilistici porti ad affermare laapplicabilità della relativa ampia formula assolutoria, e quindi senzapregiudizio per il principio di economia processuale, ma qualora nonemerga che il fatto non sussiste, che l'imputato non lo ha commesso,ecc., non potrà addivenirsi ad una pronuncia assolutoria. Pertanto,fuori dal caso in cui non opera il principio di economia processuale,dovendosi comunque valutare la responsabilità ex professo ai finicivilistici, l'unico modo per ottenere un esame più approfondito, inmancanza della evidenza che il fatto non sussiste, che l'imputato nonlo ha commesso, ecc., consisterà nel rinunciare alla causa estintiva>>.

Considerazioni del tutto analoghe vengono svolte in Sez. IV, 3 febbraio 2004 n. 14863, Micucci, rv. 228597.

Le argomentazioni delle sentenze Bisci e Micucci appaiono del tuttocondivisibili nella parte in cui sottolineano la rilevanza dellarinuncia alla causa estintiva e l’influenza che la valutazione dimerito del compendio probatorio, imposta ex lege dal dettato dell’art.578 c.p.p. al giudice dell’appello - in presenza di una causa estintivadel reato e di una condanna di natura riparatoria in primo grado, anchegenerica, a favore della parte civile – esplica anche sulla statuizionepenale: nel senso che la ritenuta innocenza, accertata all’esito di uncompleto ed approfondito esame svolto ex professo, per dettatonormativo, e quindi senza violazione del principio dell’economiaprocessuale cui si ispira il secondo comma dell’art. 129 c.p.p., deveessere affermata con la formula di proscioglimento di merito in luogodella declaratoria di estinzione del reato per prescrizione.

Ad avviso di queste Sezioni Unite non sussiste alcuna ragione per laquale, in sede di appello, ai sensi e per gli effetti di cui all’art.578 c.p.p., non debba prevalere la formula assolutoria nel meritorispetto alla causa di estinzione del reato: e ciò, non solo nel casodi acclarata piena prova di innocenza, ma anche in presenza di proveambivalenti, posto che alcun ostacolo procedurale, né le esigenze dieconomia processuale (che, come più volte detto, costituiscono, conriferimento al principio della ragionevole durata del processo, laratio ed il fondamento della disposizione di cui all’art. 129, commasecondo, c.p.p.), possono impedire la piena attuazione del principiodel favor rei con l’applicazione della regola probatoria di cui alsecondo comma dell’art. 530 del codice di rito. In proposito giovaevidenziare che, per quanto concerne specificamente la vicenda oggettodella sentenza Bisci sopra richiamata, appare riscontrabile unamancanza di omogeneità tra le statuizioni, penali e civili, adottatedalla Corte d’Appello con la decisione oggetto del ricorso: da un lato,la declaratoria di prescrizione sul versante penale, pronunciata sulrilievo di un compendio probatorio ambivalente (in ordine all’elementopsicologico del reato) che – in quanto così valutato all’esito di uncompleto ed approfondito esame delle prove, effettuato ai sensidell’art. 578 c.p.p. senza i limiti imposti dal principio dell’economiaprocessuale, come rilevato dalla stessa Corte territoriale – avrebbedovuto comportare l’assoluzione nel merito, dovendo, in tal caso,trovare applicazione la regola probatoria di cui all’art. 530, commasecondo, c.p.p.; dall’altro lato, la revoca delle statuizioni civilipronunciate dal primo giudice (il quale aveva condannato gli imputati),che avrebbe dovuto trovare il suo logico presupposto nella mancanza diresponsabilità e, quindi, in una sentenza assolutoria.

Da segnalare, per completezza di esposizione, che muovendo dagli stessipresupposti di carattere generale evidenziati nelle sentenze Bisci eMicucci, in linea con le stesse si pone altresì Sez. 4, n. 33309 del08/07/2008 (Rv. 241962, imp. Rizzato).

Deve dunque affermarsi che, in presenza di amnistia o prescrizione, lavalutazione approfondita a fini civilistici, che porti all'accertamentodella mancanza di responsabilità penale – anche per la insufficienza ocontraddittorietà delle prove – esplica i suoi effetti sulla decisionepenale, con la conseguenza che deve essere pronunciata, in tal caso, laformula assolutoria nel merito.

Va quindi enunciato il seguente principio di diritto: “allorquando, aisensi dell’art. 578 c.p.p., il giudice di appello - intervenuta unacausa estintiva del reato - è chiamato a valutare il compendioprobatorio ai fini delle statuizioni civili per la presenza della partecivile, il proscioglimento nel merito prevale sulla causa estintiva,pur nel caso di accertata contraddittorietà o insufficienza dellaprova”.

Fuori dal caso in cui non opera il principio di economia processuale -dovendo essere valutata la responsabilità ex professo ai finicivilistici - l'unico modo per